Lettera all'imprenditore n°423 del
6 Maggio 2026
UK post Brexit: meglio o peggio?

“Il commercio unisce le nazioni.” (Montesquieu)
La Brexit ha rappresentato una svolta per gli equilibri economici europei. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, formalizzata nel 2020, si è interrotto un accordo che garantiva la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Il vero cambiamento non è stato monetario bensì commerciale e regolatorio, in quanto il Regno Unito non avendo adottato l’euro era meno vincolato agli impegni per l’integrazione rispetto ai Paesi dell’Eurozona. Dal 2021, con l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale, gli scambi con l’UE sono diventati più complessi e onerosi sul piano burocratico.
Per comprendere se la Brexit ha avuto degli impatti sugli scambi effettivi tra UK-UE abbiamo osservato i relativi interscambi a partire dal 2015. L’export complessivo di beni e servizi del Regno Unito verso l’UE è passato da 227 miliardi di sterline nel 2015 a 303 miliardi nel 2019 (+33%), è poi sceso a 261 miliardi nel 2020 (anno della pandemia) per risalire a 370 miliardi nel 2024 (+63% tra 2015-2024). Parallelamente l’import dall’UE è cresciuto da 296 miliardi di sterline nel 2015 a 384 miliardi nel 2019 (+30%), fino a 459 miliardi nel 2024 (+55% dal 2015).

Tra il 2015-2024 il saldo commerciale UK-UE è sempre stato negativo (importazioni più alte delle esportazioni) e si è ulteriormente ampliato nel periodo post-Brexit (+29%). È però importante precisare che la crescita più marcata si osserva infatti a partire dal 2022 ed è legata soprattutto allo shock dei prezzi delle materie prime e dell’energia conseguente all’invasione russa dell’Ucraina. I dati relativi agli interscambi commerciali UK-UE rivelano che la Brexit non ha avuto un impatto negativo sugli scambi commerciali con l’UE, che sono invece cresciuti.
Anche focalizzando l’attenzione sull’interscambio tra UK-Italia, è possibile rilevare una crescita: il commercio complessivo UK-Italia è cresciuto da 36,4 miliardi di sterline del 2015 a 45,6 miliardi del 2019 (+25%), è sceso a 36,3 miliardi nel 2020 (durante la pandemia) ed è risalito a 53,8 miliardi nel 2024 (+48% dal 2015). Tuttavia, l’export del Regno Unito verso l’Italia è passato da 14,7 miliardi di sterline nel 2015 a 19,1 miliardi nel 2024 (+30%), mentre l’import del Regno Unito dall’Italia è quasi raddoppiato, salendo da 21,7 a 34,7 miliardi nello stesso periodo (+60%). Il saldo commerciale del Regno Unito con l’Italia è peggiorato significativamente, passando da un deficit di 7,0 miliardi nel 2015 a un deficit di 15,5 miliardi nel 2024. Ciò significa che, nonostante la Brexit, l’Italia è per il Regno Unito un mercato di approvvigionamento sempre più rilevante e per le imprese italiane il mercato britannico rappresenta un mercato in espansione, nonostante la maggiore complessità doganale e regolatoria.
Il grafico seguente mostra export e import del Regno Unito verso l’Italia tra il 2015 e il 2024, evidenziando il diverso ritmo di crescita delle due componenti.

Per comprendere gli impatti della Brexit sul Regno Unito abbiamo analizzato anche l’andamento del Pil UK. I dati reali pubblicati dall’Office for National Statistics mostrano una traiettoria di crescita continua nel periodo pre-Brexit (+2,4% nel 2015, +1,9% nel 2016, +2,7% nel 2017, +1,4% nel 2018, +1,5% nel 2019), seguita dal forte contraccolpo del 2020 legato alla pandemia (-10,3%) e da un recupero robusto nel 2021 (+8,6%) e nel 2022 (+4,8%). Negli anni successivi la crescita è risultata più modesta: +0,4% nel 2023, +1,1% nel 2024 e +1,4% nel 2025. In sintesi, l’economia britannica nel 2025 risulta cresciuta del 5% rispetto al 2019 in termini reali e ha recuperato pienamente il terreno perso con la pandemia. L’andamento del PIL è rappresentato nel grafico riportato di seguito:

La Brexit, come dimostrano i numeri, non ha inciso negativamente sugli interscambi, che sono cresciuti, ma ha impattato solo sul piano burocratico. Per le aziende italiane, il Regno Unito è diventato un mercato più rilevante, richiedendo però una gestione più strutturata.
Investimenti esteri in UK
Sul piano degli investimenti, i numeri confermano che il Regno Unito dopo la Brexit resta comunque una piattaforma attrattiva. Osservano gli investimenti diretti esteri in entrata, sulla base dei dati di Office for National Statistics, emerge un andamento irregolare e non correlato alla Brexit. Dopo un picco eccezionale nel 2016, dovuto a grandi operazioni di fusione e acquisizione, i flussi hanno mostrato una tendenza discontinua.

Qual è stato l’impatto dell’uscita dell’UK dall’UE?
Per il Regno Unito, la Brexit ha ampliato i margini di autonomia politica e normativa, senza impattare negativamente né sul PIL né sugli interscambi commerciali. Il PIL britannico risulta infatti, nel 2025, superiore di circa il 5% rispetto al 2019 e l’Export verso l’UE è cresciuto del 22% nello stesso periodo.
Per l’Unione Europea, l’uscita del Regno Unito ha significato la perdita di un contribuente rilevante al bilancio UE. I dati ufficiali indicano che il Regno Unito ha versato all’UE, nel periodo 2016-2019, un contributo netto dell’ordine di 7-8 miliardi di sterline l’anno, diventato circa 9 miliardi nel 2019.
Con l’uscita, l’Unione Europea ha perso questo importante contributo annuale, ma il Regno Unito per uscire si è impegnato a versare all’UE, secondo le stime dell’Office for Budget Responsibility, circa 30 miliardi di sterline, distribuiti su più decenni con pagamenti decrescenti che si protrarranno fino agli anni 2060.
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